In macchina con la zia

Un pomeriggio di inizio primavera, mia zia mi invitò ad assistere alla partita di calcio di suo figlio Luca. Era una giornata soleggiata con una temperatura mite, che ti mette di fronte al dubbio di prendere il pullover o meno, tentare la manica corta oppure non rischiare. Per arrivare al campo più in fretta, c’era la possibilità di accorciare la strada passando da una zona adibita alla coltivazione di ortaggi. Il viaggio durava al massimo una ventina di minuti. Mia zia era piuttosto facoltosa, anche grazie ai soldi ricevuti dopo la morte del marito, e possedeva un grosso fuoristrada con tutti gli optional. Proseguimmo il viaggio e dopo pochi minuti zia Lorena accostò a lato della strada per togliersi il pullover color nero che indossava, perché sentiva caldo. Sotto vidi che c’era un top color rosso, piuttosto attillato, che a fatica conteneva il suo seno, forse una quarta. Dalla vita in giù aveva una gonna color nero appena sopra il ginocchio, un paio di calze nere e delle scarpe con tacco altissimo. Osservandola, mi chiesi come avrebbe fatto a camminare attorno all’erba del campo senza incastrarsi tra qualche zolla, e se tanta eleganza fosse necessaria per una partita. Non aveva un fisico perfetto, ma era ben fatta per una quarantasettenne. Ripartiti sulla strada un po’ sconnessa, vidi il suo seno seguire l’ondeggiamento dell’autovettura. Quasi mi venne l’intenzione di sfiorargliele. Ma la rimossi. Mi dissi che avevo 28 anni e lei 47e che era mia zia. Arrivammo al campo, scesi per primo e l’aiutai a parcheggiare in un posto un po’ angusto segnalandole quando poteva ancora avanzare. Tirò il freno a mano, spense il motore e si accorse che l’auto era parcheggiata con le ruote anteriori su un leggero promontorio; il suolo appena sotto la porta del conducente era molto più in basso del solito. Per scendere scivolò di lato dal sedile, come da uno scivolone, ma la gonna fece attrito sul sedile e non la seguì, svelando quasi completamente tutta la sua coscia con il relativo pizzo delle autoreggenti. Io rimasi immobile a godermi lo spettacolo. Lorena fece finta di nulla, ma mi sembrò un po’ imbarazzata. Ci incamminammo e mi pregò di tenerle la mano per evitare di cadere. Molte delle persone che osservavano i bimbi nella fase di riscaldamento si voltò verso di noi. Gli uomini soprattutto non scollavano gli occhi da mia zia. Chissà, forse avevano visto anche loro lo spettacolino di poco fa. Le panchine a disposizione erano molto strette e per passare , come al cinema, bisognava quasi strusciarsi sulle persone già sedute. Tutti gli uomini seduti sulla fila davanti a quella che stavamo percorrendo voltarono la testa e, con la differenza di altezza tra le file, poterono di sicuro scorgere il pizzo delle autoreggenti di zia Lorena. Trovammo gli ultimi due posti, e ci sedemmo. Guardai Luca che ci salutò e poi notai che i due uomini davanti a noi si voltarono e commentarono con lo sguardo fisso sulle gambe di mia zia. La partita cominciò tra le grida dei genitori e i fischi dei loro amici sugli spalti, i due signori si voltavano sempre più spesso e notai che ogni volta che lo facevano, mia zia spostava le gambe: a volte le accavallava, a volte le apriva leggermente. Pensai che era già più di un anno che zio Paolo era venuto a mancare e che forse quello era l’unico momento in cui mia zia poteva ancora sentirsi desiderata, visto che non l’ho mai vista in compagnia di un uomo. Forse non se la sentiva di cominciare qualcosa di nuovo e preferiva farsi desiderare. La partita finì e ci apprestammo a raggiungere l’auto. I due signori erano già vicino all’auto di Lorena e si fumavano una sigaretta. Subito capii cosa stavano tramando. Si erano avvicinati per vedere mia zia salire sulla sua auto, mica scemi. E nello stesso momento pensai a come potevo aiutarla, senza palparla, ma offrendo il massimo spettacolo ai due spettatori. Con atteggiamento deciso aprì la porta, sollevò la gonna, ben oltre il necessario e salì sull’auto, con un fischio di approvazione dei due. Io che ero appena dietro di lei vidi almeno cinque centimetri abbondanti di pelle scoperta oltre il pizzo dei collant. Forse loro più distanti avevano avuto una visione migliore. Partimmo senza dire nulla. Dopo pochi metri Lorena abbassò la temperatura del condizionatore, accusando ancora del calore e dicendo che il suo sedile bruciava. Notammo che il riscaldamento del suo sedile era acceso al massimo e non riuscivamo a spegnerlo. Ogni tentativo inutile. Passarono i minuti e mia zia cominciò ad alzare un po’ la gonna perché stava ormai sudando. Poi decise di accostare in una piazzetta di terra battuta a lato della strada e si scusò, ma doveva togliere le calze, non ce la faceva più. Per evitare sguardi indiscreti fece tutto in macchina. Con le mani sollevò lentamente la gonna fino al pizzo delle calze, le prese con dolcezza e le srotolò lentamente, sollevò una gamba e tolse le scarpe; passai rapidamente il mio sguardo dal suo piede alla sua intimità che ormai era in bella vista. Notai un perizoma microscopico color rosso, ma non vidi nemmeno un pelo uscire. Io ero in visibilio, il mio uccello stava pompando e aumentava di misura a vista d’occhio e lei non stupita, scostò il perizoma e mi disse se così la vedevo meglio. Era molto bella, con delle labbra piuttosto grosse ed un piccolo ciuffetto di peli molto curato. Mi prese la mano e mi disse che era tutta liscia e mi spinse la mano contro il suo sesso. Era caldissima, con l’indice mi feci strada nel suo buchino già fradicio. Estrasse il mo dito indice, lo unì alle altre quattro dita, e con una spinta decisa seguita da un rauco gemito, si infilò tutta la mia mano dentro. Non capivo più nulla, non ero più padrone di me stesso, cominciai a muovere il braccio avanti ed indietro dentro la sua intimità. Ogni volta che usciva era accompagnato da un rivolo di liquido biancastro e lei godeva ed urlava ad ogni spinta. Era indemoniata, irriconoscibile. Venne tre o quattro volte scuotendo tutto il corpo, poi estrasse di colpo la mano e con le sue cercò di tenere dilatata il più possibile la sua fighetta implorandola di guardarla come era grossa , profonda e bagnata. Mi prese la testa, la sbatté contra la su figa dilatata qualche secondo, la ributtò indietro e mi baciò con forza e passione. Sollevandosi sul suo sedile e mettendosi a cavalcioni della consolle centrale, mi ordinò di sedermi sulla fila dietro e di sbottonarmi. Lo feci in un attimo. Mi chiese di venire un po’ avanti con il bacino, poi un po’ più indietro, non capivo dove volesse arrivare poi appena prima di appoggiare la sue carnose labbra sulla mia cappella la sentii urlare di piacere, come fosse stata penetrata. Notai che dimenava in modo evidente il suo culetto e sbirciando quasi svenni, si era infilata la leva del cambio nella figa, mi guardò negli occhi e ingoiò tutto il mio cazzo fino alle palle. Sarà stata l’eccitazione, sarà stata la visione di tutto o quella divina bocca che ingoiava tutto ma bastarono pochi secondi a farmi esplodere. Lorena mugolò quando il caldo fiotto raggiunse la sua gola ed ingoiò tutto con avidità. Non smise di sbocchinarmi fino a quando il mio uccello non riprese a rigonfiarsi, poi con l’uccello in tiro si staccò e mi disse che mi lasciava con la voglia addosso, così avrei avuto ancora voglia di lei la prossima volta. Si riassestò il vestito e ripartimmo, senza dire nulla ma guardandoci spesso negli occhi. Entrambi sapevamo che quello sarebbe stato l’inizio di un rapporto molto speciale, che dura tutt’oggi, 5 anni dopo quell’avvenimento.

Autore: Angelica Vandini